• Commento alla Parola domenicale
    Pubblicato da Redazione
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29 ottobre

XXX domenica del tempo Ordinario

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Quanto sappiamo essere meschini a volte, noi esseri umani. Un dottore della legge pone quella domanda a Gesù, non per un interesse di fede, per un approfondimento della Scrittura, per avere una chiave di lettura in più di tutta la Bibbia, è solo un modo per incastrare quel maestro che la sa così lunga…

Ma Gesù risponde a quella provocazione con un giochetto altissimo; infatti alla richiesta di avere il comandamento risponde consegnandone due, che in realtà sono 3 ma in fin dei conti sono uno solo.

Sì perché il dottore della legge chiede di avere un comandamento solo come risposta, mettendo alla prova Gesù in mezzo alla grande molteplicità di comandi contenuti lungo tutte le pagine della legge. La risposta di Gesù sembra andare in due direzioni, infatti dice che da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti… ma se il dettato è doppio, il contenuto è triplo. Vi è contenuto infatti l’amore a Dio, l’amore al prossimo e, inserito come unità di misura c’è l’amore a se stessi che quindi diviene un comandamento.

Partiamo da quest’ultimo per provare a ricostruire un senso per la nostra vita. Gesù ci dice che dobbiamo imparare ad amare noi stessi, non nel senso del vivere di capricci, di assecondare ogni esigenza e stimolo che la natura ci fa percepire attraverso i nostri sensi e il nostro corpo… Gesù non ci sta chiedendo di imparare ad essere egoisti o a vivere di capricci, non vuole persone ripiegate su se stesse perse solo a contemplare il proprio ombelico come se fosse il centro del mondo… ma se non so amare il più grande dono che Dio mi ha fatto e che sono io stesso e la mia vita, come potrò pensare di essere capace di amare gli altri?

L’amore per se stessi allora diviene trampolino per amare gli altri con verità, non facendo finta, non ponendo in essere qualche gesto “farsa” che mi metta a posto la coscienza illudendomi di aver amato le persone che mi passano accanto. Sono chiamato ad amare e riconoscere gli altri proprio allo stesso modo di me stesso, vedendo in loro la manifestazione di quel dono che Dio ha fatto al mondo… anche quando questo dono mi risulta scomodo, quando hanno più il sapore di una spina nella carne come ebbe a scrivere Paolo, riconoscendo che a volte, la Parola va accolta anche in mezzo a grandi prove, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura. E, allora, se avremo imparato ad amare noi stessi e il nostro prossimo, anche l’amore a Dio non diventerà un comodo rifugio nel quale mi rinchiudo in cerca di tranquillità, non sarà un luogo di assenza di relazione, nel quale mi diverto a fare dei bei monologhi fra me e il mio Dio… nei quali è Dio a dover ascoltare me senza che io provi mai ad ascoltare lui… monologhi che spesso non sono fra me e Dio ma fra me e il mio Io… Amare Dio con tutto noi stessi credo sia unitario agli altri due proprio perché chiede di amarlo partendo dalla nostra vita, partendo da quel riconoscimento di amore che ci ha anticipato. Ma un amore disincarnato non è amore, il Signore ci aiuti ad amarlo con tutto noi stessi, riconoscendo il dono che è presente in noi e nel nostro prossimo.