• Commento alla Parola domenicale
    Pubblicato da Redazione
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17 settembre

XXIV domenica del tempo Ordinario

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Quante volte dovrò perdonare… Pietro, da uomo con i piedi per terra qual era si rende conto dai discorsi che sta ascoltando da parte di Gesù, che il perdono è un qualcosa da cui sarà chiamato a non sottrarsi, una questione con cui sarà chiamato a fare i conti nel suo essere discepolo di Gesù. Ma, d’altro canto sembra voler porre dei limiti a questo perdono… 7 volte… era già molto più di quanto chiedesse la legge ebraica ed è il numero della pienezza, un perdono pieno totale, ma Gesù risponde con ben altra cifra: 70 volte 7, che non vuol dire 490 volte… siamo ancora all’interno di numeri simbolici che significano una pienezza che va al di là del calcolo umano e la parabola ce la fa capire perché ci aiuta a tornare all’origine del perdono.

Anzitutto la parabola ci riporta al grande fatto che tutti siamo debitori… quanto ci fa male questa parola, oggi, dove ognuno si illude di non aver bisogno di nessuno di sapere tutto, di poter decidere lui su tutto e tutti, oggi dove il mito è il mi sono fatto da solo, dove l’altro lo rinchiudo in pregiudizi e precomprensioni che non me lo fanno incontrare veramente per chi è e per ciò che può darmi in termini di vicinanza fraterna… invece Gesù ci riporta con i piedi per terra e ci ricorda che tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo debiti verso altri (e non sono debiti economici), e, se proviamo a guardarci dentro con onestà e trasparenza possiamo riconoscere come è grande il nostro debito verso il Signore, quanto amore Lui ha posto nella nostra esistenza e quanto poco noi siamo in grado di restituire a lui con i nostri gesti quotidiani, ma non solo, quante volte abbiamo bisogno del perdono non solo di Dio ma anche della comunità dei fratelli che abbiamo accanto, quante volte il mio vicino mi perdona…

Il Signore offre il condono al suo debitore ma implicitamente gli chiede di fare altrettanto verso i suoi fratelli, alla voce degli altri servi che dispiaciuti gli riferiscono di quel cuore duro, incapace di restituire perdono, il padrone è sdegnato perché riconosce che quel cuore si è solo approfittato della bontà e magnanimità del suo padrone ma non l’ha resa un’occasione di crescita, di incontro con quel padrone. Dio Padre vuole che impariamo da lui il nostro modo di stare insieme. Non è un incontro commerciale quello che facciamo con lui… ti regalo trequarti d’ora alla settimana, però tu in cambio… ma è un incontro dal quale siamo chiamati a trasfigurarci in un certo senso e a diventare sempre più simili a lui, non certo perché diventiamo capaci di un amore grande come il suo, ma perché proviamo a mettere in pratica nei nostri incontri quotidiani quella misericordia e quel perdono che, qui, abbiamo sperimentato sulla nostra pelle come la caratteristica distintiva del nostro Padre celeste.

Possa essere la nostra vita e la nostra comunità trasparenza del cuore di Dio.