• Commento alla Parola domenicale
    Pubblicato da Redazione
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26 agosto

Solennità patronale di S. Alessandro

1° giorno triduo preparazione a S. Alessandro

Umiltà e umiliazione

Ho pensato di seguire, per le omelie di questi 3 giorni in preparazione alla nostra festa patronale, lo stesso tema che è stato scelto insieme alla città, così da comporre un tutt’uno che in qualche modo possa aiutare ciascuno a trovare la propria dimensione. Se la città parte da alcuni personaggi di rilievo per ricercare attraverso la loro biografia i tratti dell’umiltà, io in queste sere proverò a delinearne qualche caratteristica partendo dai brani che la liturgia ci offrirà, facendomi aiutare anche da alcune parole pronunciate in diverse occasioni da papa Francesco e cercando di comprendere come ci portano alla figura di S. Alessandro.

Questa sera, il brano di Vangelo ci parla di quel chicco di grano che solo morendo può produrre frutto. Se pensiamo al grano, quanto sono belli i campi quando il grano è maturo, anche gli artisti spesso sono rimasti affascinati dalle distese di grano maturo, pronto per la mietitura… uno fra tutti possiamo pensare il grande Van Gogh che ha dipinto tele su tele con questo soggetto… eppure Gesù, nel vangelo non si sofferma sulla bellezza della spiga, sul profumo del grano maturo, non ci dice quanto è slanciato lo stelo del grano; a lui interessa che quel chicco di grano cada in terra e che una volta a terra muoia… la dinamica dell’umiltà, non è questione di immagine, di look, di fama e notorietà, l’umiltà è difficile sperimentarla, prevederla e testimoniarla mentre sei sulla cresta dell’onda, mentre tutti parlano bene di te, quando sei acclamato, quando puoi dimostrare le tue capacità e le tue migliori doti o qualità…

La virtù dell’umiltà è una virtù che costa piuttosto cara, perché si può manifestare, come per il chicco di grano, solo quando cadi a terra, quando lasci cadere tutte le maschere e le barriere difensive che ti sei costruito per far sì che gli altri incontrino l’immagine di te che tu vuoi restituire loro… l’umiltà, papa Francesco ce lo ricorda in una delle sue meditazioni mattutine in S. Marta: «Qualcuno crede che essere umile è essere educato, cortese, chiudere gli occhi nella preghiera…», avere una sorta di «faccia di immaginetta». Invece «no, essere umile non è quello». «C’è un segno, un segnale, l’unico: accettare le umiliazioni. L’umiltà senza umiliazioni non è umiltà. Umile è quell’uomo, quella donna, che è capace di sopportare le umiliazioni come le ha sopportate Gesù, l’umiliato, il grande umiliato». Il cristiano è chiamato ad accettare «l’umiliazione della croce», come Gesù che «è stato capace di custodire il germoglio, custodire la crescita, custodire lo Spirito».

È proprio ciò che fa il chicco di grano che viene umiliato cadendo a terra, che vive l’esperienza della croce, cioè della morte, eppure proprio da quell’esperienza di umiliazione emerge la vita, il suo essere capace di generare, non di tenere per sé l’esistenza ma di metterla a disposizione perché anche altri possano vivere e diventare credenti, capaci a loro volta di portare la croce.

S. Alessandro nostro patrono ha vissuto l’esperienza dell’umiliazione, della morte, ha professato fino in fondo la sua fede nel Signore e proprio questo l’ha portato alla condanna. Un’esperienza di umiliazione perché lui, che era vessillifero della legione Tebea, si è trovato a dover fuggire e nascondersi più volte per scampare alla morte e, credo, che per un militare questa sia proprio una delle umiliazioni più forti, eppure proprio in questa umiliazione accettata ed accolta con umiltà ecco che Alessandro è stato testimone nei confronti di tante persone della sua epoca, nel suo essere nascosto nella nostra terra, ecco che ha potuto incontrare diverse persone ed annunciare loro il Dio di Gesù Cristo ed aiutarli ad arrivare alla fede.

Chiediamo al Signore che anche la nostra fede, segnata dalle umiliazioni che la vita ci pone sul nostro cammino, diventi sempre più forte, capace di testimoniare con gioia e coraggio ai più piccoli del nostro tempo, la bellezza di essere cristiani e di affidarci con umiltà al Signore della storia e della nostra vita.

 

 

2° giorno triduo preparazione a S. Alessandro

Umiltà è fare posto

Se ieri sera abbiamo riletto il tema dell’umiltà accostandolo a quello dell’umiliazione e, quindi della morte del chicco di grano, segno della croce di Cristo dalla quale non possiamo tirarci indietro se vogliamo definirci cristiani, ecco che questa sera, San Bartolomeo o Natanaele di Cana di Galilea, come lo chiama il Vangelo, ci aiuta a comprendere che umiltà vuol dire farsi da parte.

Con questa affermazione non si intende il cercare di nascondersi per esimersi dal fare la propria parte nella comunità, ma l’esperienza del valore dell’umiltà passa dal riconoscere che il centro non sono io. Per utilizzare locuzioni di gergo comune vivo l’umiltà se riconosco che io non sono “l’ombelico del mondo”, che il mondo non “ruota intorno a me” e nemmeno è “costruito intorno a me”.

In un’epoca nella quale la componente dell’individualismo e dell’affermazione dell’individualità e dell’assolutizzazione del sé, ecco che il vangelo e la virtù dell’umiltà ci riportano a porre un altro al centro della nostra vita, della nostra storia, della nostra comunità.

È quanto ha sperimentato Natanaele, quando è passato dal riconoscere solo il proprio punto di vista, secondo cui nulla di buono poteva venire da Nazareth, al fare spazio nella sua mente e nel suo cuore alla presenza di Gesù e al fatto che il Maestro di Nazareth si presentava proprio come uno che aveva qualcosa e qualcosa di buono da dire e da offrire proprio alla sua vita.

Papa Francesco ha riassunto in un breve motto questo in un suo Angelus: “l’umiltà è come un vuoto che lascia posto a Dio”. Se il mio cuore, se la mia vita è tutta e solo centrata su di me, se io sono il solo protagonista della mia storia, quasi come se si trattasse di un monologo o di un teatro dove tutti gli altri sono semplici comparse, non sperimento la virtù dell’umiltà perché tutto parte e torna su di me, perché sono l’unico discrimine della mia esistenza. Proprio come all’inizio stava rischiando di fare il povero Natanaele. Umiltà, invece è lasciarsi condurre anche da un altro, da Filippo che porta Bartolomeo da Gesù, per poi accorgerci che l’latro a cui veniamo portati è in grado di andare molto più in profondità della mia vita di quanto non sia in grado di fare io stesso.

Quanto spazio occupiamo noi in noi stessi, spesso siamo rigonfi di noi stessi, non abbiamo posto per gli altri, figuriamoci per il Signore… magari gli ritagliamo qualche momento della nostra esistenza, ma quanta parte del nostro cuore possiamo dire essere pronta per accogliere lui? S.Alessandro è stato disposto a mettere da parte tutto sé stesso, le sue ambizioni, le sue scelte, la sua vita perfino proprio in nome del Signore.

In un’epoca di persecuzioni nei confronti dei cristiani, non ha taciuto la sua fede, non ha fatto finta di sacrificare sull’altare che era stato eretto, ma ha continuato a proclamare la sua fede nel Dio di Gesù Cristo, anche se sapeva che questo gli sarebbe costato la vita.

In oltre mi vien da dire che se S. Alessandro ha vissuto la dimensione dell’umiltà da vivo, non ha smesso di sperimentarla anche da morto, quando per permettere la costruzione delle mura venete si è proceduto all’abbattimento del luogo che ne conservava le spoglie mortali e ricordava la sua sepoltura.

Possiamo dire che anche da morto S. Alessandro ha continuato a far spazio a Dio, facendo spazio alle esigenze che emergevano da parte della società dell’epoca, il Signore ci insegni a fargli spazio all’interno della nostra società, riconoscendo a cosa ci chiama da cittadini concreti di una comunità e di una nazione concreta, in un’epoca ben precisa… il nostro essere cristiani non ci illuda di essere fuori dalla società ma ci porti proprio a stare dentro la società di oggi dando il giusto spazio e posto a ciascuno e riconoscendo che solo dando un posto adeguato al Signore, allora è possibile che anche i fratelli trovino uno spazio di dialogo perché nessuno si sentirà il centro del mondo, ma tutti convergeranno lo sguardo a riconoscere quel cielo aperto, quell’assaggio di paradiso qui su questa terra.

 

3° giorno triduo preparazione e festa di S. Alessandro

Umiltà è lasciarsi scegliere

In questa serie di riflessioni intorno al tema dell’umiltà, partendo dal brano di vangelo di oggi, vorrei soffermarmi sul fatto che umiltà, in qualche modo, vuol dire lasciarsi scegliere. Se abbiamo visto nelle scorse sere che umiltà viaggia per forza insieme alle umiliazioni e che necessita di fare spazio ad un altro ed in particolare al Signore nella nostra vita, ecco che oggi, festa di S. Alessandro scopriamo che Gesù stesso ci chiede di lasciarci scegliere da lui… “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”.

Nella nostra vita lo scegliere e il soffermarci su ciò che preferiamo, su ciò che asseconda i nostri gusti e desideri è un’attività che facciamo fin da quando siamo bambini e se qualcuno ha a che fare con qualche bambino piccolo chissà quante volte al giorno pronuncia frasi del tipo “cosa vuoi?”, “cosa preferisci?”, “scegli pure quello che vuoi?”… scegliere è ciò che ci identifica, ciò che ci dona la nostra personalità e ci distingue dagli altri: ciò che scelgo io non è ciò che sceglierebbe il mio vicino di casa o i miei figli o addirittura mia moglie o mio marito… scegliere una cosa vuol dire lasciarne altre, vuol dire che non posso ottenere tutto ma devo selezionare qualcosa, quindi il mio cuore e la mia testa si mettono in modo per selezionare cosa meglio risponde alle mie esigenze e ai miei gusti.

Eppure se pensiamo al Signore, non siamo noi ad averlo scelto ma è lui ad aver scelto noi, ad aver posato il suo sguardo per primo su ciascuno di noi, fosse anche solo per il fatto che per la maggioranza di noi, probabilmente il battesimo è stato un dono che i nostri genitori hanno chiesto per noi quando ancora non eravamo in grado di parlare o decidere, ma anche per chi riceve il battesimo nell’età adulta, non è lui a scegliere il Dio di Gesù Cristo, ma è sempre il Signore ad agire per primo, ad arrivare a toccare il cuore, a fare breccia dentro di lui facendo in modo di smuovere il suo cuore percependo di essere amato infinitamente e gratuitamente da Dio.

Quanta pace e gioia ci può dare il riconoscerci scelti dal Signore, eppure affinché questi sentimenti trovino spazio in noi, è necessario sperimentare la dimensione dell’umiltà, mettere da parte l’arroganza di voler essere noi a scegliere, a decidere… per lasciare che sia lui a sceglierci e costituirci, offrendoci un mandato, un impegno, un compito all’interno di questo nostro mondo, affinché possiamo diventare testimoni dell’amore del Padre per ogni uomo.

È quanto ha fatto Alessandro in prima persona. Non è lui ad aver scelto Gesù, nemmeno ad aver scelto come offrire la sua vita per testimoniare la sua fede nel Signore. Alessandro si è sentito scelto per portare proprio come il vessillo del quale era incaricato per la legione Tebea, di portare la testimonianza della fede nel Signore Gesù, la sua coerenza e costanza gli hanno permesso di manifestare anche davanti agli accusatori che il suo cuore era disposto a professare un’unica fede e Dio lo ha scelto perché attraversasse l’Adda e venisse in terra bergamasca per annunciare in quegli ultimi momenti della sua vita la gioia del Vangelo, una gioia non facile, non immediata, non a basso costo, ma una gioia sofferta, sudata, perché aveva come costo la vita.

Alessandro è stato umile e si è lasciato scegliere dal Signore che ne ha fatto un suo strumento per portare la fede fino a noi, oggi. Il Signore, per mezzo della Chiesa, infatti, ha scelto Alessandro come patrono della nostra parrocchia, della nostra città e della nostra diocesi. Quanta umiltà anche in questo, non un santo conosciuto in tutto il mondo, non un santo che ha fatto grandi cose, non un santo ricordato in un periodo dell’anno nel quale le attività pastorali fanno sì che le famiglie siano presenti e possano riconoscerlo… un santo umile anche nella sua santità, un santo locale, poco conosciuto fuori di Bergamo, un santo che ha annunciato più con la sua passione e morte che non con la sua vita, un santo che corre il rischio di passare in sordina nelle nostre attività. Ci aiuti il Signore a coltivare come Alessandro la nostra umiltà, ponendoci al servizio di quanti ci stanno vicini, riconoscendo che in questo modo lasciamo che sia il Signore a sceglierci e a indicarci il modo di essere, oggi, suoi testimoni.