• Commento alla Parola domenicale
    Pubblicato da Redazione
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08 luglio

XIV domenica del tempo ordinario

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Stupisce, forse l’incredulità degli abitanti di Nazareth, proprio come Gesù stesso rimase meravigliato. Eppure, forse, è proprio qualcosa di profondo, di radicato nel cuore dell’uomo, una tentazione lì rannicchiata nell’angolino del nostro cuore, che ha volte emerge anche nelle nostre vite…

La tentazione della ragionevolezza, possiamo provare a definirla così. Lo comprendiamo dall’inizio del brano: i ragionamenti della gente che ha visto crescere Gesù, non fanno una grinza, sono tutti coerenti e ragionevoli. L’hanno visto giocare da bambino, sanno qual è la sua famiglia, potremmo dire riportando ad oggi, sanno che scuola ha fatto, che voti prendeva, cosa ha fatto come apprendista, se ha lavorato o meno… sanno che ad un certo punto ha lasciato la sua casa, sua madre e i suoi parenti… Quante cose sanno… peccato che tutto quel sapere diventa una specie di roccaforte nella quale rifugiarsi per non lasciarsi in qualche modo toccare dal suo messaggio.

Sentono le sue parole, si accorgono che racchiudono una sapienza straordinaria, fuori dal comune, si chiedono infatti da dove gli venga, eppure non fanno il passo avanti, il passo della fede. Sanno dei prodigi che ha compiuto lungo il suo cammino, eppure di fronte alla fatica di credere preferiscono fare il passo indietro tornare alla spiaggia sicura di ciò che è noto e non rischiare il passo della novità. Meglio rimanere nel quieto vivere accomodante, dove tutto si livella a quanto è mediocremente ragionevole, piuttosto che lasciarsi toccare da un messaggio nuovo che destabilizza perché chiede di convertirsi, di cambiare.

Se il Vangelo non ci provoca ma ci lascia nella quiete di quanto ragionevolmente sappiamo, allora non è Vangelo. Paolo, nella seconda lettura ci aiuta a capire proprio questo. È nella mia debolezza riconosciuta e accolta, che diventa feconda la presenza di Cristo. Se mi chiudo nel fortino di me stesso, delle mie certezze ragionevoli, non lascio nessuno spazio per l’azione di Cristo nella mia vita, divento come uno dei cittadini di Nazareth che del Maestro non avevano bisogno, precludendogli la possibilità di compiere miracoli.

La debolezza non vuol dire però nemmeno il piangersi addosso o dirsi sono fatto così e vado bene così… siamo chiamati a prenderci in mano ogni giorno, questo è il cammino di conversione ma il cammino è possibile solo se riconosco la necessità di camminare, cioè se mi riconosco debole e se riconosco la forza di Cristo che mi permette di progredire nella conversione. Se manca uno dei due passaggi l’evento descritto da Paolo non può avvenire: se non riconosco la debolezza Cristo non ha spazio, se non riconosco la sua forza rimango a sguazzare nel fango del mio peccato. Il Signore ci aiuti a stupirci del suo annuncio e a gioire di esserne i destinatari.