• Commento alla Parola domenicale
    Pubblicato da Redazione
  • 6

29 aprile

V domenica del tempo pasquale

Leggi le letture di questa domenica

Se settimana scorsa il vangelo ci ha portati a gustare la relazione del pastore con ciascuna delle sue pecore, in un legame di profonda e totale dedizione e donazione, questa settimana, l’immagine ci giunge ancora dal mondo della natura, ma questa volta dai campi ed in particolare dalla vigna. Questa settimana, però, l’immagine è quasi capovolta. In quanto non è osservata tanto dal punto di vista della vite, del tronco originario che conduce la linfa, ma dal punto di vista nostro, dei tralci. Sembra quasi essere un parallelo a specchio, una risposta quasi al brano di settimana scorsa: se il buon pastore da la vita per le pecore… ed è la vite che conduce la linfa fino ai tralci, da parte loro, o meglio, da parte nostra siamo chiamati a portare frutto, a rimanere innestati in quella vite.

Se un tralcio non è innestato nella vite secca, perde il suo nutrimento, è incapace di nutrirsi da solo ma ha bisogno che il tronco, la vite lo nutra. Il Signore è la vite, così ci ha detto lui stesso nel vangelo, lui è colui che ci nutre veramente ogni volta che ci accostiamo alla sua Mensa. Ci nutre alla mensa della Parola e ci nutre col suo corpo e il suo sangue alla mensa eucaristica. Gesù non si tira indietro, non smette di offrirsi per noi, di regalarci tutto sé stesso, ma sta a noi decidere di volerci nutrire di lui. Se un tralcio decidesse di non aver bisogno della vite e di smettere di attingere dalla vite la linfa vitale, nell’arco di pochissimo tempo seccherebbe e morirebbe. È Cristo il nostro nutrimento, è lui che ci offre la possibilità di portare frutto nelle nostre giornate. A quanta libertà ci apre il brano di vangelo di oggi, quanto ci viene detto che glorifichiamo il Padre portando frutto e diventando discepoli. È in una vita piena, buona, bella, capace di realizzare qualcosa di bene per gli altri che ciascuno di noi glorifica il Padre, sì perché in fin dei conti il tralcio non produce il frutto per tenerselo attaccato addosso, per coccolarselo, altrimenti il frutto se diventa attaccamento bramoso marcisce, smette di essere qualcosa di buono. Il tralcio produce il frutto perché questo venga gustato da altri, perché diventi qualcosa di buono da mangiare o da bere se trasformato in vino. Così è per la nostra vita, se le cose buone o le belle relazioni che la caratterizzano le vogliamo tenere troppo strette, solo per noi, custodite gelosamente come una proprietà esclusiva… prima o poi fanno la fine di quei frutti: marciscono. Se invece ci apriamo e condividiamo la bontà della nostra vita, allora mettiamo a disposizione di tutti quei frutti che la vite,  il Signore ci ha permesso di produrre, allora sì vivremo una vera fraternità, allora sì il nostro essere discepoli sarà autentico a gloria del Padre.