• Commento alla Parola domenicale
    Pubblicato da Redazione
  • 6

08 aprile

Domenica della Divina Misericordia

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Al termine dell’ottava di Pasqua, la Chiesa ci offre, nella liturgia della parola, il duplice episodio dell’apparizione di Gesù nel cenacolo, davanti ai suoi discepoli.

Se domenica scorsa abbiamo celebrato un’assenza, una tomba rimasta vuota, quest’oggi eccoci di fronte alla presenza più tangibile, al Risorto che si manifesta con il suo corpo piagato.

Abbiamo ascoltato una duplice apparizione a distanza di otto giorni, sempre in quel primo giorno della settimana, il giorno della comunità, il giorno che diventerà pasqua settimanale perché proprio ogni otto giorni la Chiesa renderà presente e vivo il mistero della risurrezione che ci offre la salvezza. Quanta grazia il fatto che Gesù sia apparso alla comunità, non ad un singolo, bensì ad una comunità riunita insieme, proprio lì dove si era riunita l’ultima volta proprio per mangiare quella cena pasquale.

Il Signore ci rimanda quest’oggi proprio al bisogno di vivere la fede all’interno di un’esperienza comunitaria. I discepoli riuniti insieme fanno esperienza di lui, lo vedono, ricevono da lui il dono della pace che porta con sé la dimensione della gioia di quell’incontro. Tommaso è assente, non è lì con il resto della comunità, addirittura, al suo rientro sembra quasi distaccato, non credere a quanto gli viene riportato… troppo bello per essere vero… ma Gesù non appare a Tommaso da solo, per convincerlo di quanto aveva ascoltato dagli altri discepoli, invece attende ben otto giorni e il primo giorno della settimana successiva eccolo tornare in mezzo alla comunità nella quale questa volta è presente anche Tommaso.

Gesù accoglie la provocazione di incredulità di Tommaso e lo invita a compiere proprio quei gesti che aveva dichiarato necessari per la sua fede. Tommaso quel dito e quella mano non li muoverà, contrariamente a quanto tanti artisti erroneamente hanno rappresentato. Tommaso si sente accolto nel suo desiderio più profondo e questo gli basta, portandolo a fare la professione di fede più bella e più alta: mio Signore e mio Dio.

Ma ecco che Gesù, di nuovo lo rimanda alla comunità, lo rimanda al credere all’annuncio della risurrezione che la comunità gli ha testimoniato con la sua parola. È quanto chiede anche a ciascuno di noi di fare: di non avere più bisogno di toccare, di vedere, di un approccio fisico e sensoriale al Signore, ma di accogliere il messaggio di salvezza che da 2000 anni percorre le strade del mondo, quel messaggio che annuncia che il Signore è veramente risorto e noi siamo chiamati a diventarne testimoni.