• Commento alla Parola domenicale
    Pubblicato da Redazione
  • 6

11 febbraio

VI domenica del Tempo ordinario

Leggi le letture di questa domenica

Anche questa settimana l’evangelista Marco ci mostra quanto Gesù è vicino alla vita e alle sofferenze umane. Ci troviamo di fronte ad una delle malattie peggiori contemplate dalla Bibbia, non solo per l’atroce sofferenza che un malato di lebbra porta con sé a causa del consumarsi del suo corpo, del vedere venir meno le proprie membra quasi mangiate dalla malattia, ma per il fatto che, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, un malato anche solo sospetto di lebbra, era chiamato ad allontanarsi dalle altre persone, dall’accampamento, dalla città… andare in luoghi isolati per paura di un contagio. Un malato si trova solo e abbandonato in un corpo dilaniato.

Gesù è lì, abbiamo ascoltato settimana scorsa che sta percorrendo i villaggi intorno a Cafarnao, nel suo camminare ecco farglisi vicino questo malato che in ginocchio prega il Maestro di essere purificato. Quanta umiltà e quanta verità c’è in questa richiesta… in fin dei conti sono caratteristiche che viaggiano insieme: bisogna essere umili per riconoscere con verità chi siamo e i nostri errori, fragilità e fallimenti, le nostre lebbre che ci portiamo dentro… ma solo uno che è veritiero può essere umile perché l’umiltà non può nascondere né il positivo né il negativo che c’è dentro di noi… umiltà non è disconoscere le nostre capacità ma riconoscerle come dono e in quanto tali metterle a disposizione di tutti…

Quest’uomo si presenta così davanti a Gesù, è ciò che siamo chiamati a fare anche noi ogni volta che iniziamo la celebrazione della Messa: riconosciamo con umiltà e verità il nostro non essere degni ma ci affidiamo con fiducia all’unico che ci permette di celebrare degnamente i santi misteri perché qui non siamo in gioco noi, ma è la sua grazia ad agire e non agisce mai per il minimo. Ma sarà la stessa cosa che faremo anche mercoledì, quando passata tutta l’euforia del carnevale, ci metteremo in atteggiamento penitenziale e riceveremo sulla nostra testa quelle ceneri.

Il Signore, così come quel giorno ha accolto quell’uomo, gli ha teso la mano, l’ha toccato e l’ha purificato, così fa ogni volta con ciascuno di noi, ci tende la mano e ci tocca, anche lì dove il nostro peccato sembra essere il più brutto, il più insanabile, anche in quel peccato che magari noi stessi non riusciamo a perdonarci o per il quale non riusciamo ad andare dal nostro fratello a dirgli guarda che ho sbagliato, ti ho pugnalato dietro le spalle, ti ho denigrato, ti ho messo i bastoni tra le ruote… anche lì il Signore ci tende la mano, anche in quel caso ci purifica, ma serve umiltà e verità per consegnare a lui noi stessi.

Ci dia la grazia il Signore di indossare maschere solo per il carnevale ma di non nasconderci mai né verso di lui, né verso i nostri fratelli, dietro maschere false. La sua mano ci tocchi e ci offra di nuovo un cuore puro, capace di incontrare lui e gli altri con verità.